Organic di Joe Cocker: l’essenziale battito dell’anima
Quando Joe Cocker pubblica Organic nel 1996, è un artista nel pieno della maturità che sente il bisogno di tornare all’essenza della propria musica, scegliendo un approccio più intimo, raffinato. L’album, costruito su arrangiamenti acustici e un sound essenziale, riporta la sua voce graffiante e carismatica al centro della scena, dimostrando quanto possa essere espressiva anche senza orpelli. L’artista inglese qui ci propone alcuni dei suoi grandi successi, alternandoli con intelligenti riletture di brani di altri artisti; lo fa però con l’entusiasmo e un’energia rinnovata, che spiazza e sorprende, ma soprattutto attraverso la capacità di infondere nuova vita a canzoni già note, donando loro profondità emotiva e autenticità.
La storia parte nei primi anni sessanta, quando la sua voce potente e la sua capacità di trasmettere emozioni crude e sincere iniziano ad attirare attenzione. Woodstock lo consacrò come un performer straordinario, capace di trasmettere intensità viscerale in ogni nota. Il decennio successivo è segnato da successi e turbolenze personali: problemi di dipendenza e difficoltà gestionali minacciano la sua carriera, ma il talento rimane inalterato. Nel 1970, con il tour Mad Dogs & Englishmen, organizzato con Leon Russell, mostra il suo lato più selvaggio e irrefrenabile, registrando un album dal vivo che diventa leggendario. Seguiranno lavori come I Can Stand a Little Rain (1974), che include la struggente You Are So Beautiful, e Stingray (1976), dove esplora sonorità più raffinate, confermando la sua versatilità. Dopo un periodo di alti e bassi, gli anni ’80 segnano un ritorno alla ribalta. Gli anni Novanta consolidano il suo status di leggenda. Tra le caratteristiche che lo hanno reso unico c’è stata la straordinaria capacità di reinterpretare brani di altri trasformandoli in capolavori personali. Impossibile non citare With a Little Help from My Friends dei Beatles, canzone capolavoro tratta da Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Ma sono stati davvero tantissimi gli artisti coverizzati nel corso della carriera di Joe Cocker, dai Beatles a Marvin Gaye, da Bob Dylan a Van Morrison passando per Steve Winwood e Bruce Springsteen, fino ad arrivare agli U2, R.E.M il repertorio dell’artista inglese si è arricchito di brani e interpretazioni in certi casi assolutamente memorabili. Ho sempre apprezzato le sue versioni delle canzoni di Bob Dylan, come l’intima e sofferta confessione di Just Like a Woman, senza dimenticare brani più o meno memorabili quali The Man in Me, I Shall Be Released, Dead Landlord, Seven Days e una Girl from the North Country, eseguita in duo con Leon Russell.
Con la produzione di Don Was, noto per il suo talento nel rivitalizzare carriere di artisti leggendari, Cocker realizza un album che mescola reinterpretazioni di successi del suo repertorio con nuove cover di grandi autori e qualche brano inedito. Il concept di Organic è chiaro fin dall’inizio: eliminare ogni eccesso di produzione per riscoprire la potenza della musica suonata dal vivo, con strumenti tradizionali e senza artifici digitali. Il risultato è un suono caldo e avvolgente, dominato da chitarre acustiche, tastiere dal tocco soul e una sezione ritmica discreta ma incisiva. L’approccio si sposa perfettamente con la voce di Cocker, che in questo contesto riesce a esprimere tutte le sfumature della sua inconfondibile timbrica graffiante. Billy Preston all’organo Hammond e musicisti del calibro di Jim Keltner e Dean Parks contribuiscono a rendere l’album un’esperienza intima e coinvolgente. Le coriste, sempre ben dosate, arricchiscono l’atmosfera senza mai sovrastare l’interpretazione del protagonista. La scelta di rivisitare alcuni brani iconici del repertorio di Cocker come You Are So Beautiful e Delta Lady si rivela qui una mossa azzeccata. Le canzoni vengono reinterpretate con una sensibilità più raccolta, mettendo ancora più in risalto la profondità vocale dell’artista. In alcuni casi, le nuove versioni non raggiungono l’intensità delle originali, ma il loro fascino risiede proprio nell’approccio più intimo, confidenziale. Accanto ai brani già noti, l’album include nuove cover di grandi autori. Can’t Find My Way Home ci restituisce al meglio lo spirito inquieto del brano scritto da Steve Winwood e pubblicato da Blind Faith nel 1969, Human Touch di Bruce Springsteen (presente nella versione estesa dell’album) nelle sue mani, assume un’aura quasi mistica, che ne migliora sia l’andamento che i suoni, grazie a un arrangiamento minimale, tutto giocato in sottrazione. La sua versione di Into the Mystic di Van Morrison sembra provenire da un’altra dimensione; più che un cantante, Cocker veste i panni di interprete alchimista, in grado di trasformare ogni canzone in un’irripetibile esperienza emotiva. Ed è proprio il brano scritto da Morrison le 1970 a fare da apripista, come una vera e propria dichiarazione d’intenti. Sentirete solo ottima musica, eseguita e suonata come Dio comanda! Proseguendo ci troviamo difronte a canzoni di un certo peso quali Sail Away di Randy Newman e Dignity di Bob Dylan, senza dubbio tra le scelte più significative del progetto. In particolare il brano scritto da Dylan nel 1989, ma scartato da Oh, Mercy prodotto da Daniel Lanois nelle mani di Joe Cocker e di Don Was diventa un vero e proprio manifesto della personalità artistica di Cocker, che riesce a renderla sua con un’interpretazione intensa e sentita. Chi vi scrive ritiene che Dignity (qualunque sia la versione o l’interpretazione) è una canzone straordinaria e dobbiamo essere felici che sia stata scritta. Joe Cocker in seguito avrebbe inciso anche la magnifica Ring Them Bells, eseguendo una versione rispettosa, ma non per questo priva di fascino e di selvatico magnetismo; una preghiera laica, dall’indiscutibile potere curativo. L’operazione Organic non è affatto priva di rischi. Da un lato, è un album che restituisce a Joe Cocker una credibilità artistica indiscutibile, mostrando un cantante ancora in grado di emozionare con la sua voce e la sua capacità interpretativa. Dall’altro, la scelta di rileggere il proprio repertorio e attingere nuovamente a grandi classici senza proporre qualcosa di radicalmente nuovo lo espone a critiche sulla mancanza di innovazione, atteggiamento che la critica musicale del tempo aveva nei confronti dei big legati al passato. Stessa sorte che era toccata anche a illustri colleghi come Rod Stewart, lo stesso Van Morrison e perfino musicisti eclettici come Neil Young, Paul McCartney e Bob Dylan. Oggi si fa un po’ fatica a crederci e a ricordarlo, ma chi c’era ricorda l’atteggiamento strafottente della critica e dei giornalisti dell’epoca. Si tendeva molto a enfatizzare l’età e la lunga carriera, senza nemmeno ascoltare e soffermarsi sul nuovo prodotto e sul suo singolo valore. Pur non rientrando tra i grandi successi dell’artista britannico, Organic rappresenta una preziosa testimonianza della sua maturità artistica e del suo rapporto con il proprio repertorio, eseguito con una sincerità rara. Un disco senza dubbio divisivo; secondo alcuni si tratta del classico esercizio di stile non sempre in grado di sorprende e stupire l’ascoltatore, dall’altro è un autentico ritorno alle radici di un artista, che in questa occasione continua a interpretare la musica con un’intensità unica. Un lavoro che, riascoltato oggi dopo trent’anni o quasi è in grado di stupire in positivo, per compattezza, impegno e un pizzico di audacia. Il suono asciutto ed essenziale orchestrato da Don Was è uno dei punti di forza, così come il lavoro in sottrazione degli strumenti e di arrangiamenti scarni, ma caldi e passionali. Non sarà l’album più rivoluzionario della sua carriera, ma è sicuramente un lavoro che merita attenzione per la qualità delle esecuzioni e per il coraggio di spogliarsi di ogni orpello in un’epoca dominata dalla sovrapproduzione. Il disco possiede le qualità di un suono essenziale, diretto, senza fronzoli, ma capace di mettere in risalto le qualità vocali che Joe Cocker, nei suoi momenti migliori, è stato capace di infondere in studio così come in versione live. Organic è il ritorno alla purezza sonora, dove grazie a un sound acustico, agile ed essenziale, vengono esaltate le indiscusse qualità vocali dell’artista inglese. L’album si distingue per arrangiamenti caldi e minimali, dominati da chitarre acustiche, tastiere soul e una ritmica discreta. Il contributo di musicisti come Billy Preston, Jim Keltner e Dean Parks arricchisce il progetto senza appesantirlo. Le coriste, dosate con equilibrio, accompagnano la voce di Cocker, capace di infondere profondità emotiva in ogni traccia. L’ascolto attento di Organic ci restituisce un Joe Cocker ispirato in pieno controllo della sua maturità artistica. La scelta di riscoprire il proprio repertorio con uno sguardo più raccolto può sembrare un esercizio di stile, ma conferma la capacità di Cocker di emozionare con la sola forza della voce. Ascoltare cose come Many Rivers to Cross, Don’t Let Me Be Misunderstood e You Are So Beautiful, per credere.
Disco essenziale, sincero, lontano dalle mode, che celebra un interprete capace di rendere ogni canzone un’esperienza unica.
Street-Legal Rubrica musicale di Dario Greco


Classe 1979. Si occupa di contenuti professionali per il web dal 2012. Scrive di musica, cinema, tecnologia,
sport, marketing ed economia. Dal 2008 partecipa al sito Maggie’s Farm – Universo Bob Dylan. Collabora
con la blogzine di arte e spettacolo The Clerks.
Nel 2009 ha creato il blog musicale Divagazioni morrisoniane | Guida all’ascolto di Van Morrison.
Nel tempo libero partecipa a videoclip, cortometraggi, trasmissioni radiofoniche, podcast e pagine
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